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Torno volentieri su Viminibidi di Giulia Cavazzani, che si è mostrata molto cortese nel darmi ulteriori informazioni sul suo progetto.

La sua idea nasce da un progetto per product design dove lei sceglie di evitare manufatti abbastanza tradizionali (massello etc.)  per approcciarsi alla tecnica tradizionale dell’intreccio di vimini, quindi parte alla ricerca (faticosa) di artigiani che lo sappiano lavorare fino a trovare un laboratorio dove impara direttamente l’intreccio. Dalle sue parole si intuisce che dietro ci sono una riflessione e un approccio teorico forti che l’hanno portata a ripensare il manufatto e a nobilitare l’oggetto della produzione industriale con una tecnica artigianale antica, verificandone i limiti e i pregi (elasticità, leggerezza, fragilità etc.). Da queste riflessioni è nata la serie Viminibidi.

 

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Giulia Cavazzani, studente di Design alla Libera Università di Bolzano, scrive:

“Viminibidi è una sorta di parassita che può crescere sulle normali sedie di plastica trovate in giardino o nei bar sulla spiaggia, conferendogli una o più nuove funzioni. Il progetto è un incontro tra un oggetto prodotto in serie e un’antica tecnica artigiana, quella dell’intreccio del vimini; tale tradizionale tecnica prende la forma di una pianta che cresce su una sedia di plastica e introduce una nuova funzione: la tasca per i giornali. Così Viminibidi trasforma una normale sedia di plastica dandole una nuova identità, consentendo inoltre di attirare l’attenzione grazie alla sua forma inusuale”.

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Più che di una sedia si tratta di un complemento, strutturato e strutturale, per la sedia; come un’entità vegetale nasce e cresce sulla struttura portante della stessa inglobandola e rendendosi utile, ponendosi anche come critica all’omologazione di alcuni progetti seriali anonimi rendendoli in tale modo meno scontati.

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